[RECENSIONE] Ghost in the shell (2017)

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Per chi non sapesse di cosa sto parlando mi riferisco al nuovo film, che è stato nelle sale nell’ultimo periodo, di Ghost in the shell (letteralmente il fantasma, l’anima, nel guscio, ovvero nella macchina) ispirato al lungometraggio animato omonimo tratto a sua volta dal manga del 1989 di Masamune Shirow.

Questa live action, (che sarebbe appunto la trasposizione di un’opera di fantasia nella realtà, con degli attori in carne ed ossa) (e aggiungerei visto il caso: che carne e che ossa!!) ehm dicevo, Ghost è ambientato in un futuro non troppo lontano in cui le macchine sono diventate parte integrante della vita di tutti i giorni.
Protagonista della vicenda è la Maggiore Mira Killian, (si lo so nell’opera originale dicono sempre “Il Maggiore”, ma oh cavolo lei è donna e mi risulta che “la Maggiore” sia grammaticalmente corretto quindi beccatevelo) facente parte della Sezione 9 del Reparto per la Pubblica Sicurezza, un’organizzazione agli ordini del governo e della multinazionale Hanka Robotics, che ha il compito di contrastare il cyberterrorismo.
La storia inizia nel momento in cui Mira, dopo un tremendo incidente, viene salvata grazie all’intera costruzione di un nuovo corpo meccanico in cui viene impiantato il suo cervello; l’operazione, prima del suo genere, va a buon fine. Mira è così pronta per entrare in azione al servizio della comunità, utilizzando le sue doti sovrumane, e si trova presto a fronteggiare con la sua squadra un misterioso nemico: Il burattinaio, che senza apparente motivo cerca di avvicinarsi a lei.
Con l’andare degli eventi, però, gli interrogativi aumentano e Mira cercherà in tutti i modi di trovare le risposte alle sue domande.

L’incipit, che potrebbe sembrare, “già visto”, in realtà va valutato considerando l’opera originale (una delle pietre miliari della fantascienza nipponica) che, se si pensa che Blade Runner, uno dei primi film che trattò queste tematiche, è del 1982, risulta comunque piuttosto originale per l’epoca.ghost-shell-movie-scarlett-johansson-major_557.jpg
Quello che ho apprezzato maggiormente di questa pellicola è il fatto che il regista e tutta la produzione in generale abbiano cercato di mantenere intatto “il ghost”(permettetemi questa piccola licenza ma non ho resistito) dell’anime, senza snaturarlo, come invece abbiamo visto in altre trasposizioni di fumetti, che spesso e volentieri risultano parecchio deludenti.
Questa secondo me è la grande forza, e anche di contro la grande debolezza di questa pellicola.
La sua forza, perché l’opera originale dava una base solidissima su cui edificare, trattando temi complessi, riassumibili tra l’altro dal titolo; il cartone infatti (e anche il manga) cerca di dare una risposta (o forse no?) alla domanda: “In che momento nasce la vita, ovvero quando un qualcosa diventa un essere vivente? Può una macchina sviluppare un ghost, uno spirito e diventare dunque tale?”
Nel trasporre questo concetto e la trama devo dire che secondo me è stato fatto un ottimo lavoro: non solo non si toglie nulla all’originale, ma anzi si completa anche la storia con dei retroscena che danno spessore al vissuto
e alle scelte prese dai personaggi. ghost-in-the-shell-banner.png
Un approfondimento ancora maggiore non mi sarebbe dispiaciuto, avrei voluto avere ancora più informazioni su tutti i personaggi e sui loro rapporti, ma rispetto all’anime ritengo che sia più soddisfacente da questo punto di vista, e anzi, che io voglia saperne di più è probabilmente un riscontro positivo, perché comunque è un desiderio dettato dalla curiosità suscitata dal film e non dalla sua incompletezza.
Sempre a questo proposito ho apprezzato tantissimo le scene riprese pedissequamente dal film animato, che sono tra l’altro, le più spettacolari e belle della pellicola.

E qui veniamo alle debolezze: se il film non perde, ma anzi guadagna dal punto di vista narrativo, scade però nella regia, affidata a Rupert Sanders, che risulta fastidiosamente impersonale.
Questo regista, che aveva diretto anche Biancaneve e il Cacciatore, non lasciava infatti ben sperare, visti i precedenti; fortunatamente il disastro si è evitato, ma a parer mio Ghost in the Shell manca per causa sua la possibilità di diventare un film davvero bello.
Se, come ho già detto, le basi c’erano e pure solide, il palazzo costruito regge bene, ma mettiamola così, non è certo un Pantheon, al massimo una palazzina multifamiliare.
Il regista riesce a dirigere un film gradevole, ma privo di qualunque riflessione personale, di quell’impronta che dovrebbe avere la regia, anche nel caso dei filmoni acchiappapubblico come questo.ghost_shell_main.0.png
Passando agli interpreti riconosco invece che le scelte sono state azzeccate: Scarlett Johansson è perfetta nel ruolo della protagonista (malgrado le accuse di whitewashing che definirei deboli, in parte perché la protagonista già nell’anime essendo un cyborg presentava caratteristiche non totalmente orientali, e anche perché guardatevilifilmcavolo) e dona anzi una fragilità a Mira che ho apprezzato. Pilou Asbæk nei panni di Batou mi ha colpito molto, e in generale tutti i personaggi secondari hanno carattere e non si limitano ad un’interpretazione piatta. Ottimo il villain del film, intrigante, anche se forse avrei calcato di più sulla sua ambiguità.batou-leads-cyber-crime-investigation-unit-section-9-in-ghost-in-the-shell.jpg

In ultimo non posso non dire qualche parola sulla trashosità di questo film, che come la maggior parte dei blockbuster americani non delude, lasciandoci perle come il “roboragno”: godetevele, io personalmente apprezzo molto una sana dose di kitsch.

Il voto per oggi è un 7, non mi sono voluta sbilanciare troppo anche perché potrei essere un po’ di parte sia in un senso che nell’altro, avendo apprezzato i lungometraggi animati.
– Cat

E voi cosa ne pensate? L’avete visto? Lo vedrete? Siete d’accordo con quello che pensiamo? Fateci sapere cosa ne pensate nei commenti o con l’hashtag #chiedimicosanepenso.

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